LE NOTIFICHE TELEMATICHE NEL PROCESSO TRIBUTARIO TELEMATICO

La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto legislativo 24 settembre 2015, n. 156 (G.U. n. 233 del 7 ottobre 2015) offre spunti per una riflessione in materia di notifiche a mezzo PEC (avv. Giuseppe Vitrani, componente il direttivo del CSPT).

L’art. 9, comma I, lett. h) introduce infatti nel decreto legislativo n. 546 del 31 dicembre 1992 l’art. 16 bis relativo alla disciplina delle comunicazioni e notificazioni per via telematica il quale dispone:
1. Le comunicazioni sono effettuate anche mediante l’utilizzo  della posta elettronica certificata, ai sensi del decreto  legislativo 7 marzo 2005, n. 82, e successive modificazioni. Tra le pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 2, comma 2, del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, le comunicazioni possono essere effettuate ai sensi dell’articolo 76 del decreto  legislativo  n.  82 del 2005. L’indirizzo di posta elettronica certificata del  difensore o delle parti è indicato nel ricorso o nel primo atto difensivo. Nei procedimenti nei quali la parte sta in giudizio  personalmente  e  il relativo indirizzo di posta elettronica certificata non  risulta  dai pubblici elenchi, il ricorrente puo’ indicare l’indirizzo di posta al quale vuol ricevere le comunicazioni.
2. In caso di mancata  indicazione  dell’indirizzo di posta elettronica certificata ovvero di mancata consegna del  messaggio  di posta elettronica certificata per cause imputabili  al  destinatario, le comunicazioni sono eseguite esclusivamente  mediante  deposito  in segreteria della Commissione tributaria.
3. Le notificazioni tra le parti e i depositi presso la competente Commissione tributaria possono avvenire in via telematica secondo le disposizioni contenute nel decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 23 dicembre  2013, n. 163, e dei successivi decreti di attuazione.
4. L’indicazione dell’indirizzo di posta elettronica  certificata valevole per le comunicazioni e le notificazioni equivale alla comunicazione del domicilio eletto.
Molti sono gli spunti che offre la novella legislativa ma in questa sede ci si sofferma solo sul terzo comma il quale introduce (finalmente) una norma di rango primario che legittima il ricorso alle notifiche “telematiche” anche in ambito di contenzioso tributario. In tal modo dovrebbe essere definitivamente sancita l’ammissibilità di tale procedimento anche in seno al processo tributario, risolvendosi così un dibattito che aveva ricevuto risposte contrastanti sia in dottrina sia in giurisprudenza1.
Ad oggi, o meglio dal 1° gennaio ’16, data di entrata in vigore della pressoché totalità delle disposizioni del d. lgs. 156/15, l’assetto legislativo sarà finalmente lineare, essendo in vigore:

  • il sopra citato art. 16 bis d. lgs. 156/15 (norma primaria);
  • gli articoli da 5 a 9 del d. m. Economia e Finanze n. 163/13 (norma regolamentare, di rango secondario);
  • gli art. 5 e 10 del d.m. Economia e Finanze 4 agosto 2015, altra norma regolamentare recante le specifiche tecniche per l’utilizzo degli strumenti del processo tributario telematico.
  • Il sistema ha dunque ora una sua coerenza e consente un primo approfondimento relativo ad un interrogativo fondamentale, vale a dire: dove il ricorrente può/deve reperire gli indirizzi di posta elettronica certificata per procedere con l’attività di notifica?

La soluzione del problema è, evidentemente, di importanza fondamentale, stante che da essa dipende la possibilità concreta di notificare, o meno, un atto a mezzo della posta elettronica certificata.
Bene, in tal caso nel processo tributario telematico si segue una strada diversa dal processo civile telematico.
L’art. 5 del d.m. 163 del 2013 prevede infatti che “le notificazioni e le comunicazioni  telematiche sono eseguite mediante la trasmissione dei documenti informatici all’indirizzo di PEC di cui all’articolo 7”.
A sua volta l’art. 7, comma V, del d.m. 163 del 2013 prevede che “per  gli enti  impositori, l’indirizzo di posta elettronica certificata di cui al comma 1 è quello individuato dall’articolo 47, comma 3, del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, pubblicato nell’IPA (indice delle pubbliche amministrazioni, n.d.r.)”
Come noto, invece, nel processo civile telematico le cose stanno diversamente; l’art. 16 ter del d.l. 179 del 2012 non richiama più il suddetto indice IPA tra quelli fra i quali è possibile estrarre gli indirizzi PEC delle pubbliche amministrazioni, cosicché l’unico elenco utilizzabile a tal fine è il “Registro PP.AA.”, consultabile sul portale dei servizi telematici del ministero della Giustizia (e solo previa autenticazione con certificato digitale), al quale le pubbliche amministrazioni avrebbero dovuto comunicare entro il 30 novembre ’14 i propri indirizzi PEC utilizzabili al fine della notifica di atti giudiziari.
La realtà, purtroppo nota a tutti gli operatori del diritto, è che ben pochi enti hanno provveduto a tale comunicazione e così ancora oggi, a quasi un anno dalla scadenza del termine (priva di sanzione, invero) nel suddetto registro non compaiono, ad esempio, i comuni di Milano o di Napoli, che sono invece regolarmente presenti nell’IPA.
L’art. 7 del d.m. 163/13 va dunque salutato con favore in quanto rende possibile la notifica avverso enti impositori come i suddetti comuni, che non sarebbe stata invece possibile laddove il legislatore tributario avesse scelto di adeguarsi a quanto previsto per il rito civile.
Tale considerazione non può però non essere accompagnata da una riflessione di segno contrario e cioè che questa scelta (invero arbitraria) dell’attribuzione di valore privilegiato ad un registro (l’IPA) di fatto pubblico, ben conosciuto e facilmente consultabile da ogni cittadino  prima ancora che dai professionisti, non può fa che aumentare il margine di dubbio ed errore nell’attività di notificazione sia in ambito processuale che nell’altro.
Si ponga il caso di un professionista poco avvezzo a tale normativa specialistica che notifichi un ricorso tributario all’Agenzia delle Entrate all’indirizzo estratto dal Registro PP.AA. ([email protected]) e non a quello estratto dall’indice IPA ([email protected]), previsto, come detto, dall’art. 7 del d.m. 163/13; in caso di mancata costituzione dell’Agenzia quale sarà la sorte di tale notifica? Sarà nulla pur essendo stato tratto un indirizzo da quello che pacificamente (e per definizione) è un pubblico registro solo perché il legislatore ha indicato che, nel processo tributario, il pubblico registro di riferimento dev’essere un altro (e il discorso, mutatis mutandis, vale anche per il caso inverso, cioè laddove si notifichi utilizzando, nel processo civile, un indirizzo estratto dall’IPA anziché dal registro PP.AA.)?
Francamente una sanzione del genere apparirebbe spropositata e meglio farebbe il legislatore a ritornare sui suoi passi e a non selezionare i pubblici registri utilizzabili in base al tipo di processo che si celebra ma semplicemente a rispettare il senso delle parole e a considerare pubblici (e validi ai fini della notifica) tutti i registri consultabili dai professionisti.
Diversamente, l’utilizzo di un mezzo davvero in grado di snellire e velocizzare l’attività processuale, qual è la notificazione a mezzo della posta elettronica certificata, verrà inevitabilmente depresso per colpa delle incertezze del legislatore o degli inadempimenti delle stesse pubbliche amministrazioni (che non comunicano i propri indirizzi PEC al Registro PP.AA.).

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