Licenziare via Whatsapp: che cosa permettono le nuove norme europee – di Giuseppe Vitrani e Roberto Arcella

Con il nuovo assetto normativo interno ed europeo la PEC non è più l’unico strumento utilizzabile per l’invio di “messaggistica certificata”, sicché occorre domandarsi se anche un servizio come Whatsapp (o altri similari) possa assurgere al ruolo di servizio elettronico certificato

Nell’ultimo periodo si è acceso un vivo dibattito intorno ad un’ordinanza del Tribunale di Catania, sezione lavoro, emessa ai sensi dell’art. 1, comma 47 e ss., legge 28 giugno 2012, n. 92, con la quale si è giudicato legittimo il recesso da un rapporto di lavoro intimato a mezzo “Whatsapp”.

La parte della motivazione che interessa esaminare in questa sede e che attiene agli aspetti del diritto dell’informatica risiede nell’affermazione del principio secondo cui “il recesso intimato mezzo a Whatsapp appare assolvere all’onere della forma scritta, trattandosi di documento informatico che parte ricorrente ha con certezza imputato al datore di lavoro, tanto da provvedere a formulare tempestiva impugnazione stragiudiziale in data 23.4.2015”.

Prima di addentrarci nel vivo della questione, vanno preliminarmente considerati sia gli aspetti fattuali quali emergono dal contenuto del provvedimento e, segnatamente, quelli relativi al comportamento del lavoratore, che ha impugnato la comunicazione dimostrando così implicitamente di averla regolarmente ricevuta e di considerarla rilevante da un punto di vista giuridico, sia il contenuto delle difese svolte dalle parti, che hanno visto il lavoratore neppure ipotizzare eventuali profili di nullità del recesso così intimato.

Il profilo di un eventuale vizio di inesistenza dell’atto è stato invece esaminato dal Tribunale, tenutovi ex officio: al riguardo, come ricordato, l’ordinanza puntualizza che il messaggio inviato attraverso la nota applicazione social costituisce a tutti gli effetti documento informatico.

L’assunto è certamente corretto alla luce di quanto dispone l’art. 1, lett. P), del CAD, il quale definisce il documento informatico come “il documento elettronico che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”.

Alla luce di tale definizione, frutto peraltro della revisione ed adeguamento del Codice alle norme dettate dal regolamento eIDAS, è facile aderire alla tesi del Tribunale dal momento che il messaggio in questione:

  • è certamente documento elettronico;
  • contiene sicuramente una rappresentazione informatica di atto giuridicamente rilevante (e per di più, si aggiunge, neppure la controparte sembra aver eccepito nulla).

Né pare potersi far questione su eventuali limiti della forma elettronica della comunicazione in esame, avuto riguardo al principio di non discriminazione sancito dall’art. 46 del Reg.  2014/910, secondo il quale «ad un documento elettronico non sono negati gli effetti giuridici e l’ammissibilità come prova in procedimenti giudiziali per il solo motivo della sua forma elettronica», anche nella sua declinazione relativa alle firme elettroniche, di cui all’art. 25 eIDAS («A una firma elettronica non possono essere negati gli effetti giuridici e l’ammissibilità come prova in procedimenti giudiziali per il solo motivo della sua forma elettronica o perché non soddisfa i requisiti per firme elettroniche qualificate»).

Proprio con riferimento alla sottoscrizione della comunicazione di recesso, nell’ordinanza in esame offre lo spunto per ulteriori interessanti considerazioni.

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