La Corte di Cassazione salva la firma digitale

Con la pronuncia n. 22871 del 10 novembre 2015 la Corte di Cassazione si è pronunciata per la prima volta su un tema fondamentale per il processo civile telematico, ovvero se sia affetta da inesistenza giuridica la sentenza contenente la sola firma digitale del giudice e non la sottoscrizione di costui ai sensi dell’art. 132 n. 5 c.p.c.

Il caso posto all’esame della Suprema Corte parte da una considerazione che merita di essere attentamente scrutinata, ovvero: posto che la firma digitale non è una sottoscrizione, come si può (e ancor prima: si può?) conciliare la stessa con il disposto di cui all’art. 132 c.p.c., che presuppone invece come obbligatoria la sottoscrizione da parte dell’autore della sentenza.

Il ragionamento della Corte di Cassazione inizia considerando quale sia la funzione della sottoscrizione: all’esito di un lungo excursus viene infatti chiarito che “la sottoscrizione della sentenza…deve essere costituita da un segno grafico che abbia caratteristiche di specificità sufficienti e possa quindi svolgere funzioni identitarie e di riferibilità soggettiva, pur nella sua eventuale illegibilità…se sussistono adeguati elementi per il collegamento del segno grafico con un’indicazione nominativa contenuta nell’atto.

Si desume da quest’ultimo indirizzo…che la sottoscrizione della sentenza è elemento essenziale perché la sentenza sia riconoscibile come tale e ne sia resa palese la provenienza dal giudice che l’ha deliberata”.


Tale fondamentale premessa è di importanza fondamentale innanzitutto in chiave evolutiva; il Supremo Collegio ci dice infatti una cosa molto chiara e cioè che la funzione della sottoscrizione prevista dall’art. 132 c.p.c. è, in sostanza, quella di far comprendere chi sia l’autore di quella determinata sentenza.

Bene, a fronte di tale condivisibile affermazione non è difficile fare un passo in avanti e ipotizzare la possibilità che addirittura, in futuro, si possa fare a meno anche della stessa firma digitale, laddove la sentenza (o altro provvedimento giudiziale) sia resa all’interno di un sistema informatico che assicuri l’esistenza di un’area alla quale può accedere solo il giudice.

In tal caso, evidentemente, sarebbe lo stesso sistema informatico ad assicurare l’identificazione del soggetto autore del provvedimento e, in definitiva, ad assicurare quella che la Corte di Cassazione definisce essere la funzione sia della firma prevista dall’art. 132 c.p.c. sia della firma digitale; in quest’ottica la sottoscrizione elettronica diventerebbe quasi un doppione.

Passando invece all’esame di problematiche di carattere contingente appare degno di nota il passaggio con il quale si afferma che “i principi generali del C.A.D. sono applicabili anche in ambito processuale e le relative disposizioni costituiscono le norme con valore di legge ordinaria che, per il tramite dell’art. 4 del d.l. n. 193 del 29 dicembre 2009, convertito nella legge n. 24 del 22 febbraio 2010, disciplinano gli atti del processo civile redatti in forma di documento informatico e sottoscritti con firma digitale“.

Tale passaggio è invero fondamentale nel ragionamento fatto dalla Cassazione e costituisce il cuore della motivazione, ovvero l’argomentazione principe che consente di dare il via libera all’utilizzo della firma digitale1 anche per la sottoscrizione della sentenza; si afferma infatti correttamente che il codice dell’amministrazione digitale costituisce attualmente l’apparato legislativo di riferimento qualora gli atti processuali di cui agli art. 121 e seguenti c.p.c. siano contenuti in documenti informatici.

E tale considerazione è giusta ed opportuna; infatti, ove non si fosse prevista l’applicazione al processo civile del suddetto corpus normativo si sarebbe creato un vuoto legislativo che, si ritiene, avrebbe potuto portare la Corte di Cassazione a conclusioni affatto diverse. Nel codice di procedura civile, lo ricordiamo, è assente qualsiasi prescrizione in merito alla disciplina delle firme elettroniche, così come ogni riferimento relativo alla redazione degli atti del processo in forma di documenti informatici.

Ben venga dunque l’illuminata previsione del legislatore del 2009 che in definitiva ha consentito, nel 2015, alla Suprema Corte di “salvare” la firma digitale.

Il discorso da fare in chiave evolutiva è semmai un altro: può bastare un semplice richiamo all’applicabilità delle norme del CAD a soddisfare le esigenze di stabilità del processo civile telematico? A tale interrogativo si deve dare molto probabilmente risposta negativa nel momento in cui si voglia pensare ad un PCT finalmente adulto, in grado di camminare con le proprie gambe.

È infatti evidente come il rapporto tra due normative che mirano in realtà a disciplinare ambiti diversi del diritto sia destinato alla lunga ad entrare in crisi, come del resto è apparso evidente nel momento in cui il CAD ha completato il percorso di adozione delle regole tecniche sul documento informatico.

Si è già detto in altra sede di come le regole sulla conservazione, così come dettate dal dpcm 3 dicembre 2013, non si adattino perfettamente alla realtà processuale e alle esigenze di conservare un fascicolo unitario (quello del procedimento giudiziario) formato con il concorso di differenti produttori di documenti informatici. Ed è ancora fresco il ricordo dei contrasti e delle incertezze originate dall’applicazione delle regole tecniche sul documento informatico di cui al dpcm 13 novembre 2014 in materia di attestazioni di conformità da parte dell’avvocato.

Al di là delle posizioni che si vogliano sposare, ciò rivela ad avviso di chi scrive un’esigenza fondamentale e cioè che il PCT abbia regole proprie e che tali regole trovino collocazione nella sede maggiormente appropriata e cioè nel codice di procedura civile e nelle disposizioni di attuazione.

Per il momento, comunque, va senza dubbio condivisa l’interpretazione della Suprema Corte che ritiene la sentenza legittimamente sottoscritta con firma digitale in virtù del combinato disposto dei principi del CAD, delle disposizioni di cui al d.m. 44 del 2011 e delle disposizioni di cui alle specifiche tecniche sul processo civile telematico, adottate con il provvedimento DGSIA del 16 aprile 2014, e in considerazione del fatto che “la firma digitale, in sé considerata, garantisce l’identificabilità del suo autore, quando il documento sia formato nel rispetto delle regole tecniche in materia di firma elettronica”.

La sentenza in commento presenta però anche punti critici che vanno adeguatamente messi in evidenza onde evitare il rischio che si radichino interpretazioni errate soprattutto in tema di verifica dell’effettiva sottoscrizione digitale di documenti informatici. Leggiamo infatti nel prosieguo della motivazione fornita dalla Suprema Corte che “l’apposizione della firma digitale ad opera del giudice è desumibile grazie alla coccarda ed alla stringa grafica che compaiono su ciascuna delle pagine del file di copia della sentenza (il cui originale è archiviato all’interno del sistema). La coccarda e la stringa sono automaticamente inserite nella copia del documento informatico dal software in dotazione all’ufficio giudiziario al fine di dare la rappresentazione dell’apposizione della firma digitale”.

Tale passo della motivazione, soprattutto nella prima parte, è in realtà errato e foriero di pericoli da scongiurare, essendo largamente diffusa in ambito giudiziario l’opinione che la coccarda e la stringa alfanumerica cui fa riferimento la Corte di Cassazione costituiscano la trasposizione su carta della firma apposta digitalmente.

È bene dunque precisare tale concetto chiarendo che, certamente, i segni grafici in questione possono far presumere che un dato documento sia stato firmato digitalmente da un determinato soggetto ma si tratta di una presunzione che non ha alcun fondamento normativo e che dunque non potrà mai essere invocata a propria tutela dal soggetto che si trovi magari ad utilizzare un documento artefatto che rechi i segni grafici in questione (l’operazione di modifica o di creazione ex novo di coccarda e stringa grafica è infatti assai semplice e può portare a risultati ben pericolosi, soprattutto in ambito giudiziario). Laddove ci si voglia, per così dire, fidare della presenza dei segni grafici in questione sarà quantomeno opportuno accedere al fascicolo informatico e verificare che questi ultimi siano effettivamente riferibili al documento informatico di interesse.

È bene però precisare che, al di là di tale verifica “visiva”, secondo il diritto positivo altri sono i metodi che consentono di certificare la presenza di una firma digitale nel caso in cui un documento nativo digitale debba essere utilizzato in forma analogica; e il più importante di questi è individuato dalla stessa Corte di Cassazione.

Leggiamo infatti nel prosieguo della sentenza che “la conformità della copia (analogica) all’originale (informatico) da cui è tratta è attestata dal cancelliere, ai sensi dell’art. 23, comma primo, C.A.D. in tutte le sue componenti (compresa quindi la firma) e l’attestazione del cancelliere completa la rappresentazione “esterna” dell’apposizione della firma digitale, garantendo che il documento informatico ne sia munito in originale”.

Anche qui è preliminarmente opportuno precisare che l’attestazione del cancelliere non si limita a completare la rappresentazione esterna della firma digitale ma costituisce vera e propria certificazione proveniente da pubblico ufficiale circa il contenuto del documento informatico. La norma citata dalla Suprema Corte dispone infatti che “le copie su supporto analogico di documento informatico, anche sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale, hanno la stessa efficacia probatoria dell’originale da cui sono tratte se la loro conformità all’originale in tutte le sue componenti è attestata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato”. In virtù del disposto dell’art. 23 CAD è dunque l’attestazione del cancelliere (o dell’avvocato laddove costui si avvalga dei poteri conferiti dall’art. 16 bis, comma 9 bis d.l. 179/12), non la presenza della coccarda, a certificare la presenza della firma digitale.

Aggiungiamo poi un’ultima considerazione, che spiega ulteriormente perché non è corretto l’assioma coccarda + stringa alfanumerica = presenza della firma digitale.

Come noto, da qualche tempo, gli avvocati attraverso la consultazione dei registri informatici di cancelleria, possono accedere al duplicato informatico di atti e provvedimenti giudiziali, ovvero ai documenti nativi creati da loro o dai magistrati, non rielaborati dai software ministeriali e perciò privi dei segni grafici presi in considerazione dalla Suprema Corte. In tal caso la mancanza di questi ultimi dipende dal fatto che l’atto o il provvedimento vengono mostrati nella loro forma originale, sicché l’equazione di cui riferisce la Suprema Corte si rivela evidentemente non corretta, trattandosi di documenti muniti di firma digitale ad ogni effetto di legge.

Oltretutto occorre considerare che, trattandosi di provvedimenti presenti sui registri di cancelleria, ben potrebbe accadere che ne venga estratta copia conforme ai sensi dell’art. 23 CAD o dell’art. 16 bis, comma 9 bis, d.l. 179/12 e tale copia venga poi utilizzata per attività rilevanti quali ad esempio la notifica o la trascrizione in pubblici registri; ove accadesse ciò, certamente non sarebbe contestabile in alcun modo una copia analogica di documento informatico estratta ed autenticata in piena conformità alla legge ma mancante della coccarda.

In conclusione si sottolinea come la decisione in commento appaia senz’altro corretta e fondamentale per il percorso di crescita del processo civile telematico, essendosi ora autorevolmente chiarito che “la firma digitale, quando si trova in calce alla sentenza, soddisfa lo scopo per il quale ne è prescritta la sottoscrizione, vale a dire quello della riconducibilità del provvedimento al giudice che risulta averlo emesso e che è l’unico titolare della firma digitale (intesa come combinazione di chiavi crittografiche, pubblica e privata)”.

In virtù delle considerazioni già esposte, si ritiene però doveroso fornire due utili raccomandazioni:

  1. ricordare che la presenza sul documento analogico di segni grafici quali coccarda e stringa alfanumerica non danno certezza assoluta dell’effettiva presenza della firma digitale sul documento informatico originale;
  2. ricordare che una firma digitale non può realmente essere apposta in calce a un documento informatico. Trattasi, invero, di terminologia cara alla carta, dimenticando che il documento informatico non è “carta informatica”2

Giuseppe Vitrani

1 Per un approfondimento sulla materia delle firme elettroniche, sempre in relazione alla pronuncia della Suprema Corte in commento, si veda FABIANO N., La Firma Elettronica nel PCT è sottoscrizione: natura giuridica rilevanza ed effetti. L’articolo è reperibile al seguente link: http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoCivile/2015-11-23/la-firma-elettronica-pct-e-sottoscrizione-092709.php

2 In tal senso v. MAIO E., Processo Civile Telematico: la firma digitale è equiparata alla sottoscrizione autografa. L’articolo è reperibile al seguente link: http://www.aifag.it/notizie/news/processo-civile-telematico-la-firma-digitale-e-equiparata-alla-sottoscrizione-autografa#ftnref1

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